mi addentro con un racconto nato spontaneamente dopo aver partecipato alla struggente cerimonia di Gennaio proprio sul luogo dve sorgerà il monumento.
L'ho intitolato cosi' perche'... lo scoprirete leggendo.
Poche volte, quando scrivo, uso l’imperfetto.
Mi sa di una cosa a metà, non interamente compiuta, leggermente malinconica.
Un tempo struggente sul quale si poteva, forse, avere qualche ripensamento, un tempo che genera rimorsi e rammarichi.
Proprio per queste sue caratteristiche, la piccola storia che narro necessita di questo tempo, delle sue ferite ancora aperte e di un tratto di Storia, la nostra, che avrebbe meritato ben altri epiloghi.
Sabato scorso stavo bene sotto la mia trapuntina, comodamente sistemata sulla bergere blu del mio salotto ma l’orologio è severo con chi non vorrebbe ma deve darsi una mossa.
Quasi le due del pomeriggio.
Dovevo vincere la pigrizia, dovevo alzarmi, dovevo scuotermi dal mio torpore…glielo dovevo.
Non era un sabato da incursione nei centri commerciali con annessa cioccolata con panna insieme ad un’amica a parlare di uomini.
Un pomeriggio da dedicare alla commozione, al classico "groppo" che ti viene anche se non vuoi e ti pare impossibile che a sessantasei anni esatti dalla vicenda, ci sia qualcuno che si incarica di ricollegarti a quei disperati di cui avevo solo una cartolina sbiadita in mano, ricavata dalla brochure che mi invitava alla cerimonia.
Nicolajewka, 26 Gennaio 1943…e mi chiedevo, sfilando in corteo dietro agli stendardi delle decine di Associazioni dell’Arma…ma io cosa c’entro?
Mai pomeriggio speso meglio, una lezione di Storia, di Eroismo e di Umanità che difficilmente avrei potuto apprendere dai libri o da Piero Angela.
L’occasione ci era stata data dalla benedizione del Cappellano Don Rino a quel monumento che si sta erigendo nel veronese, l’unico in Italia dedicato alla Battaglia di Nikolajewka e già li’ avevo iniziato a chiedermi perché nessuno negli anni aveva pensato ai morti rimasti là sotto, in quel cunicolo di mattoni rossi, nella steppa, a metà tra il Don e il Donez in quel pomeriggio di un tremendo inverno russo, alla stessa ora in cui adesso io sono qui in un mondo completamente diverso da quello di allora.
Ero circondata da Alpini, con gli occhi lucidi, fieri rappresentanti delle Divisioni che difesero l’avanzata russa fino all’ultimo.
C’era anche la banda comunale che acutizzava l’atmosfera e la rendeva triste che di più non avrei saputo. Una semplice marcetta di trombe, tamburi e tromboni aveva tante piccole falangi che mi strappavano via le lacrime da sotto gli occhiali da sole.
Un Generale spiega gli accadimenti ma è talmente coinvolto che non ce la fa ad esporre i fatti nudi e crudi.
Il 17 Gennaio, quando ormai l’Armata Russa stava accerchiando Tedeschi, Italiani, Ungheresi e tutti gli Alleati nella tipica sacca, loro famosa strategia militare, giungeva finalmente l’ordine di ritirata per i nostri che stavano battagliando senza mollare la presa, tra mille difficoltà, con mezzi antiquati, della prima guerra mondiale, cannoni trasportati dai trattori e i vestiti fatti con una stoffa ricavata dal formaggio, che si sbriciolava e gelava a contatto con la pelle.
Quello era il panno, cosi’ chiamato in gergo militaresco.
Coperti di panni, coperti di stracci.
In un passaparola che ha dell’incredibile, i nostri Alpini, gli ultimi ad aver tenuto testa ai Russi che avanzavano con i loro T34 sul Don ghiacciato e diventato autostrada di morte per noi, puntano su Nikolajewka, passata la quale, sarebbero stati salvi e liberi di rientrare in Italia.
Inizia cosi’ il lungo calvario del cammino giorno e notte nella neve, con poco da mangiare, con le bombe a mano infilate in ogni anfratto del loro misero equipaggiamento, un solo fucile e la pretesa di portarsi appresso il più possibile. Le divisioni rimaste camminano in lunghe file parallele a 50 metri di distanza l’una dall’altra per potersi aiutare in caso di attacco del nemico, complice il bagliore della neve che fa da faro. Uno dietro l’altro, con una mano sulla spalla di chi precede per non perdersi, molti pregano e lasciano testamenti ai loro amici.
Dei venti Cappellani, tredici moriranno nella steppa, fermandosi a dare sollievo ai feriti che non ce la facevano più, consapevoli di non poter rientrare a loro volta.
Di giorno si sparava e di notte, a turni di tre ore, si dormiva ammassati nelle baite sparse sul percorso.
Dieci giorni di inferno, incalzati dai Russi che li accerchiavano, scavalcando le truppe che si erano arrese al Nemico e bivaccavano a zonzo qua e là, senza più un obbiettivo. Ma loro, questi 60.000 alpini, la meta ce l’avevano ben presente: Nikolajewka era la loro salvezza.
Passato quell’ostacolo, si andava a casa.
La guerra era persa, la disfatta era totale e loro volevano vivere.
Erano tutti ventenni o giù di lì.
Il relatore piangeva e parlava, parlava e tirava su con il naso.
Per quanto volessi essere distaccata, non potevo. In sala non volava una mosca, solo qualche colpo di tosse, per nascondere la commozione.
Ho innanzi a me le cartine militari, il puntatore dello schermo segnala le varie mosse, i nomi dei villaggi raggiunti e superati e una lucina rossa ci aspetta la’, a Nikolajewska come se ci stessimo andando di nuovo, stremati, distrutti dal freddo e dalla stanchezza, dalla fame, dalla disperazione, dal desiderio di uscire dall’incubo.
E fu lì che in un atto estremo, dettato da quell’energia, l’ultima, che non sai di avere, i quasi sessantamila uomini dell’Esercito Italiano, nei loro panni grigio-verdi, irrompono come furie animalesche dentro al tunnel, sopra, a lato, scavalcano i corpi fucilati che si ammassavano alla velocità della luce e in un urlo gigantesco che mi pareva di sentire, vincono l’unica battaglia, annientano il Nemico e oltrepassano il villaggio, liberi.
Eroi dimenticati, fino a oggi.
Nei programmi scolastici non si arriva nemmeno lontanamente a studiare queste date della battaglia ma non per questo non è accaduto.
I Russi riconobbero l’onore al Nemico e lo trattarono con rispetto, decretando Nicolajewka l’unica loro sconfitta ad appannaggio degli Italiani.
Sabato scorso ho odiato la guerra come non mai, ho maledetto le scelte avventate di chi c’era e non ha capito niente, gli astrusi desideri di conquista, la pazzia di chi pensò di potercela fare, avendo tutto il mondo contro quando fu necessario invece il coraggio umile di questi ragazzi che non videro più nulla se non la vita che forse, se erano fortunati, avrebbero potuto continuare a condurre.
Rientrano solo poche tradotte…
Dei duecentocinquantamila uomini dispiegati sul Don, ne tornarono diciassettemila.
Ecco, bel risultato.
Vicino a me era seduto un reduce, uno dei venti viventi a Verona e provincia. L’ho guardato proprio nel momento della descrizione della dinamica. Non aveva nemmeno più gli occhi.
La faccia era trasformata, lui era ancora la’.
Mio Dio, che disastro, che disastri siamo capaci di combinare se ci mettiamo d’impegno, noi uomini…
Poi e’ accaduto un piccolo miracolo. I reduci si sono radunati in un pulmino che li avrebbe riportati a casa e sono salita per salutarli.
Eravamo diventati amici in quattro e quattr’otto.
I loro sorrisi, le loro strette di mano ancora vigorose, lo sguardo vivace e sereno di chi ha visto e non ha dimenticato, le loro voci che si accavallavano quasi allegre mi hanno suggerito una sola parola: perdono.
E non a caso mi è parso ragionevole scrivere a carattere maiuscolo tutti i protagonisti di questo fatto, Italiani, Tedeschi, Russi. Polacchi. Ungheresi, Nemici, Alleati.
"Non esistono guerre giuste. Esiste il rispetto per Vinti e Vincitori, accomunati dalla volontà della conquista della Pace", così è stato scritto.
Il tempo imperfetto è finito. Torno al presente, felice di accompagnare chiunque lo vorrà sui gradini di marmo di questo monumento, un semplice tunnel che in Russia non c’è nemmeno più.