Terra di Russia e acqua del Don
a imperitura memoria di una tragedia corale
Inaugurazione del monumento nazionale Nikolajewka, dedicato ai caduti di tutte le patrie nella campagna di Russia (1941-1943)
A Soave, il 24 maggio 2009
Un monumento unico in Italia inaugurato dai rappresentanti di cinque nazioni: Italia, Germania, Romania, Russia, Ungheria
28 aprile 2009, Soave. Sventoleranno le bandiere di cinque nazioni sul ricordo di Nikolajewka. A Soave, il 24 maggio prossimo, i rappresentanti delle cinque nazioni coinvolte sul fronte russo nella seconda guerra mondiale – Italia, Romania, Russia, Germania e Ungheria – parteciperanno alla cerimonia di inaugurazione del monumento nazionale dedicato ai caduti di tutte le patrie nella campagna di Russia (1941-1943).
L’appuntamento è per le 9.30 in via Foscolo, a Soave. Dopo l’alzabandiera, la mattinata proseguirà con la benedizione del monumento, i saluti delle autorità e delle delegazioni estere, e la commemorazione a cura del Generale C.A. Luigi Federici.
Porterà la sua testimonianza Giobatta Danda, medaglia d’argento a Nikolajewka, mentre madrina della giornata sarà Imelda Reginato, moglie del medico Enrico Reginato, che fu fatto prigioniero durante la ritirata e tornò a casa dieci anni dopo la fine della guerra, nel 1955.
I presidenti di Unirr e Ana accederanno la Fiamma della riconoscenza delle associazioni e delle organizzazioni combattentistiche e d’arma.
«Il monumento – spiega Gastone Savio, past-president del Rotary club Verona-Soave – è un riconoscimento non solo ai caduti italiani, che si sono sacrificati per la patria, ma anche ai caduti russi, tedeschi, ungheresi e romeni. Tutti stretti nella tragedia corale della Campagna di Russia (1941-1943). Vuole essere anche un messaggio di pacificazione della nazioni, che – memori delle crudeli vicende connesse agli eventi bellici dell’epoca – intendono vivere in uno spirito di fratellanza e di umana solidarietà. È un ricordo, infine, di un drammatico capitolo di storia, che costò la vita di oltre migliaia di soldati e che è ricordato relativamente».
«La scelta di Soave come luogo per erigere il monumento non è stata casuale – spiega il sindaco della cittadina Lino Gambaretto –: nel 1942, da qui partì per la Russia un contingente di alpini che, rapportato a quelli provenienti da altre località a reclutamento alpino, risultò in percentuale il più elevato. Pochissimi di loro fecero ritorno a “baita”. L’idea, perciò, è stata accolta con entusiasmo e il Comune ha messo a disposizione il terreno sul quale edificare il complesso monumentale e un congruo contributo».
L’iniziativa è stata accolta favorevolmente anche dalle associazioni combattentistiche (Unirr, Ana, Unuci, Assoarma, Anupsa, Combattenti e reduci) e dalle province di Verona e Mantova. La Regione Veneto, inoltre, ha contribuito con un finanziamento di 33mila euro per l’esecuzione dell’opera (che ha richiesto 70mila euro). I club del distretto Rotary 2060 sono intervenuti sostenendo l’onere di gran parte delle opere murarie e del gruppo statuario. Il progetto esecutivo, infine, sia delle opere sia del gruppo bronzeo sono opera del colonnello e ingegnere Gaetano De Nicolò, che ha prestato la sua opera gratuitamente.
L’idea di erigere il monumento è nata tre anni fa, in occasione di un’affollata commemorazione della battaglia di Nikolajewka a corte Sveva, a Soave. Il Rotary club Verona-Soave avanzò allora la proposta di erigere il monumento a tutti i caduti della campagna di Russia.
La posa della prima pietra è avvenuta nel giugno scorso: una manciata di terra di Nikolajewka è stata mescolata a quella italiana, con acqua del Don. Il tutto è stato coperto ora dal monumentale complesso, la cui parte centrale misura sei metri di lunghezza e quasi cinque di altezza. Su una base ottagonale è stato collocato un gruppo bronzeo, composto da un uomo che ne sostiene un altro. Alle loro spalle un arco, a ricordare il sottopasso ferroviario di Nikolajewka, ricostruito con forme a materiali analoghi a quello originario. Era il passaggio obbligato lungo la strada che riportava in Patria. Costituì il fulcro della battaglia. All’uscita moltissimi soldati trovarono la morte colpiti dall’intenso fuoco nemico, che li attendeva “al varco”. Il prezzo pagato fu enorme.
mercoledì 6 maggio 2009
mercoledì 29 aprile 2009
un giardino carico di promesse
Sempre ho l’impressione sia un must della mia generazione rinnegare ciò che è stato o semplicemente non dare peso.
E’ quasi un nostro compito, altrimenti non saremmo degni della definizione "giovani generazioni".
Va di moda il moderno, il nuovo, lo sfavillante e un mucchietto di pietre rosse, accatastate l’una sull’altra, non ha nulla che possa catalizzare l’attenzione.
Non è attraente ne appetibile.
Ma questa volta, per una volta, mi fermo davanti ad un Monumento ad ascoltare la sua storia.
Non e’ vero che le pietre non parlano.
Sanno raccontare molte cose, se si tende l’orecchio.
Hanno il potere di portarci ai nastri di partenza, in un nuovo inizio, più sereno, dopo aver messo a posto i tasselli del Passato.
Parlo in prima persona con l’intento di assumermi la responsabilità e con essa il dovere che abbiamo di conoscere quello che accadde e agire perché, in un vortice di idealismo che mi appartiene, non si avveri più.
Nikolajewka è uno stralcio di Storia quasi dimenticato.
A fine Gennaio, ogni anno, mi appare come un ricordo triste, relegato ai ranghi militari, ex combattenti, reduci, qualche amico, riuniti a commemorare una vicenda che meriterebbe di più, molto di più.
Necessiterebbe di un abbraccio corale per i molti soldati rimasti là, nel sottopasso di mattoni di un villaggio sperduto tra i fiumi Don e Donez.
Un ossimoro grammaticale la definisce come "tragica vittoria".
L’unica per noi Italiani e al contempo un’immane tragedia, l’ennesima in terra russa.
Noi che viviamo di immagini, abbiamo bisogno di vedere affinché un episodio resti impresso, ci vuole qualcuno che ci racconti.
Ed è così che alcuni uomini e donne di grande sensibilità hanno percepito il desiderio di chi non conosce ma vorrebbe sapere e hanno provveduto a consegnarci un angolo di Storia, una finestra da spalancare sul Passato.
Sessantasei anni fa a Nikolajewka si alzò un grido lacerante, un’unica, drammatica preghiera a Dio perché guardasse in giù e segnasse una via d’uscita, la strada di casa dove poter tornare a testimoniare le brutture di una guerra.
Ecco, se tendo l’orecchio, il grido lo posso sentire ancora e sempre così sarà per chi passerà di qui, da oggi in poi.
In questo giardino in terra soavese, oggi 24 Maggio 2009 nasce il Monumento a Nikolajewka, dedicato ai Caduti di tutte le Patrie.
Ma chi si è preso l’onere di tenere vivo un pezzetto della nostra Storia, su questo prato verdeggiante è andato ben oltre, formulando un pensiero destinato a volare alto, per coloro che sapranno coglierlo: non ci saranno vincitori ne vinti.
Niente di più nuovo, niente di più sfavillante.
Non ho bisogno di altro.
Quello che volevo mi fosse mostrato è un progetto divenuto realtà, è un ottagono che racchiude morte e rinascita, la caduta e l’abbraccio di un fratello a sostenere chi non ce la fa.
Niente di più moderno…
Io che sono nuova davanti alla Storia, verrò innanzi a questo Monumento quando mi servirà di ricordare cosa possono fare gli uomini coraggiosi.
Gli uomini tenaci e di buona volontà, quelli liberi.
lunedì 27 aprile 2009
Il Panno
mi addentro con un racconto nato spontaneamente dopo aver partecipato alla struggente cerimonia di Gennaio proprio sul luogo dve sorgerà il monumento.
L'ho intitolato cosi' perche'... lo scoprirete leggendo.
Poche volte, quando scrivo, uso l’imperfetto.
Mi sa di una cosa a metà, non interamente compiuta, leggermente malinconica.
Un tempo struggente sul quale si poteva, forse, avere qualche ripensamento, un tempo che genera rimorsi e rammarichi.
Proprio per queste sue caratteristiche, la piccola storia che narro necessita di questo tempo, delle sue ferite ancora aperte e di un tratto di Storia, la nostra, che avrebbe meritato ben altri epiloghi.
Sabato scorso stavo bene sotto la mia trapuntina, comodamente sistemata sulla bergere blu del mio salotto ma l’orologio è severo con chi non vorrebbe ma deve darsi una mossa.
Quasi le due del pomeriggio.
Dovevo vincere la pigrizia, dovevo alzarmi, dovevo scuotermi dal mio torpore…glielo dovevo.
Non era un sabato da incursione nei centri commerciali con annessa cioccolata con panna insieme ad un’amica a parlare di uomini.
Un pomeriggio da dedicare alla commozione, al classico "groppo" che ti viene anche se non vuoi e ti pare impossibile che a sessantasei anni esatti dalla vicenda, ci sia qualcuno che si incarica di ricollegarti a quei disperati di cui avevo solo una cartolina sbiadita in mano, ricavata dalla brochure che mi invitava alla cerimonia.
Nicolajewka, 26 Gennaio 1943…e mi chiedevo, sfilando in corteo dietro agli stendardi delle decine di Associazioni dell’Arma…ma io cosa c’entro?
Mai pomeriggio speso meglio, una lezione di Storia, di Eroismo e di Umanità che difficilmente avrei potuto apprendere dai libri o da Piero Angela.
L’occasione ci era stata data dalla benedizione del Cappellano Don Rino a quel monumento che si sta erigendo nel veronese, l’unico in Italia dedicato alla Battaglia di Nikolajewka e già li’ avevo iniziato a chiedermi perché nessuno negli anni aveva pensato ai morti rimasti là sotto, in quel cunicolo di mattoni rossi, nella steppa, a metà tra il Don e il Donez in quel pomeriggio di un tremendo inverno russo, alla stessa ora in cui adesso io sono qui in un mondo completamente diverso da quello di allora.
Ero circondata da Alpini, con gli occhi lucidi, fieri rappresentanti delle Divisioni che difesero l’avanzata russa fino all’ultimo.
C’era anche la banda comunale che acutizzava l’atmosfera e la rendeva triste che di più non avrei saputo. Una semplice marcetta di trombe, tamburi e tromboni aveva tante piccole falangi che mi strappavano via le lacrime da sotto gli occhiali da sole.
Un Generale spiega gli accadimenti ma è talmente coinvolto che non ce la fa ad esporre i fatti nudi e crudi.
Il 17 Gennaio, quando ormai l’Armata Russa stava accerchiando Tedeschi, Italiani, Ungheresi e tutti gli Alleati nella tipica sacca, loro famosa strategia militare, giungeva finalmente l’ordine di ritirata per i nostri che stavano battagliando senza mollare la presa, tra mille difficoltà, con mezzi antiquati, della prima guerra mondiale, cannoni trasportati dai trattori e i vestiti fatti con una stoffa ricavata dal formaggio, che si sbriciolava e gelava a contatto con la pelle.
Quello era il panno, cosi’ chiamato in gergo militaresco.
Coperti di panni, coperti di stracci.
In un passaparola che ha dell’incredibile, i nostri Alpini, gli ultimi ad aver tenuto testa ai Russi che avanzavano con i loro T34 sul Don ghiacciato e diventato autostrada di morte per noi, puntano su Nikolajewka, passata la quale, sarebbero stati salvi e liberi di rientrare in Italia.
Inizia cosi’ il lungo calvario del cammino giorno e notte nella neve, con poco da mangiare, con le bombe a mano infilate in ogni anfratto del loro misero equipaggiamento, un solo fucile e la pretesa di portarsi appresso il più possibile. Le divisioni rimaste camminano in lunghe file parallele a 50 metri di distanza l’una dall’altra per potersi aiutare in caso di attacco del nemico, complice il bagliore della neve che fa da faro. Uno dietro l’altro, con una mano sulla spalla di chi precede per non perdersi, molti pregano e lasciano testamenti ai loro amici.
Dei venti Cappellani, tredici moriranno nella steppa, fermandosi a dare sollievo ai feriti che non ce la facevano più, consapevoli di non poter rientrare a loro volta.
Di giorno si sparava e di notte, a turni di tre ore, si dormiva ammassati nelle baite sparse sul percorso.
Dieci giorni di inferno, incalzati dai Russi che li accerchiavano, scavalcando le truppe che si erano arrese al Nemico e bivaccavano a zonzo qua e là, senza più un obbiettivo. Ma loro, questi 60.000 alpini, la meta ce l’avevano ben presente: Nikolajewka era la loro salvezza.
Passato quell’ostacolo, si andava a casa.
La guerra era persa, la disfatta era totale e loro volevano vivere.
Erano tutti ventenni o giù di lì.
Il relatore piangeva e parlava, parlava e tirava su con il naso.
Per quanto volessi essere distaccata, non potevo. In sala non volava una mosca, solo qualche colpo di tosse, per nascondere la commozione.
Ho innanzi a me le cartine militari, il puntatore dello schermo segnala le varie mosse, i nomi dei villaggi raggiunti e superati e una lucina rossa ci aspetta la’, a Nikolajewska come se ci stessimo andando di nuovo, stremati, distrutti dal freddo e dalla stanchezza, dalla fame, dalla disperazione, dal desiderio di uscire dall’incubo.
E fu lì che in un atto estremo, dettato da quell’energia, l’ultima, che non sai di avere, i quasi sessantamila uomini dell’Esercito Italiano, nei loro panni grigio-verdi, irrompono come furie animalesche dentro al tunnel, sopra, a lato, scavalcano i corpi fucilati che si ammassavano alla velocità della luce e in un urlo gigantesco che mi pareva di sentire, vincono l’unica battaglia, annientano il Nemico e oltrepassano il villaggio, liberi.
Eroi dimenticati, fino a oggi.
Nei programmi scolastici non si arriva nemmeno lontanamente a studiare queste date della battaglia ma non per questo non è accaduto.
I Russi riconobbero l’onore al Nemico e lo trattarono con rispetto, decretando Nicolajewka l’unica loro sconfitta ad appannaggio degli Italiani.
Sabato scorso ho odiato la guerra come non mai, ho maledetto le scelte avventate di chi c’era e non ha capito niente, gli astrusi desideri di conquista, la pazzia di chi pensò di potercela fare, avendo tutto il mondo contro quando fu necessario invece il coraggio umile di questi ragazzi che non videro più nulla se non la vita che forse, se erano fortunati, avrebbero potuto continuare a condurre.
Rientrano solo poche tradotte…
Dei duecentocinquantamila uomini dispiegati sul Don, ne tornarono diciassettemila.
Ecco, bel risultato.
Vicino a me era seduto un reduce, uno dei venti viventi a Verona e provincia. L’ho guardato proprio nel momento della descrizione della dinamica. Non aveva nemmeno più gli occhi.
La faccia era trasformata, lui era ancora la’.
Mio Dio, che disastro, che disastri siamo capaci di combinare se ci mettiamo d’impegno, noi uomini…
Poi e’ accaduto un piccolo miracolo. I reduci si sono radunati in un pulmino che li avrebbe riportati a casa e sono salita per salutarli.
Eravamo diventati amici in quattro e quattr’otto.
I loro sorrisi, le loro strette di mano ancora vigorose, lo sguardo vivace e sereno di chi ha visto e non ha dimenticato, le loro voci che si accavallavano quasi allegre mi hanno suggerito una sola parola: perdono.
E non a caso mi è parso ragionevole scrivere a carattere maiuscolo tutti i protagonisti di questo fatto, Italiani, Tedeschi, Russi. Polacchi. Ungheresi, Nemici, Alleati.
"Non esistono guerre giuste. Esiste il rispetto per Vinti e Vincitori, accomunati dalla volontà della conquista della Pace", così è stato scritto.
Il tempo imperfetto è finito. Torno al presente, felice di accompagnare chiunque lo vorrà sui gradini di marmo di questo monumento, un semplice tunnel che in Russia non c’è nemmeno più.
L'ho intitolato cosi' perche'... lo scoprirete leggendo.
Poche volte, quando scrivo, uso l’imperfetto.
Mi sa di una cosa a metà, non interamente compiuta, leggermente malinconica.
Un tempo struggente sul quale si poteva, forse, avere qualche ripensamento, un tempo che genera rimorsi e rammarichi.
Proprio per queste sue caratteristiche, la piccola storia che narro necessita di questo tempo, delle sue ferite ancora aperte e di un tratto di Storia, la nostra, che avrebbe meritato ben altri epiloghi.
Sabato scorso stavo bene sotto la mia trapuntina, comodamente sistemata sulla bergere blu del mio salotto ma l’orologio è severo con chi non vorrebbe ma deve darsi una mossa.
Quasi le due del pomeriggio.
Dovevo vincere la pigrizia, dovevo alzarmi, dovevo scuotermi dal mio torpore…glielo dovevo.
Non era un sabato da incursione nei centri commerciali con annessa cioccolata con panna insieme ad un’amica a parlare di uomini.
Un pomeriggio da dedicare alla commozione, al classico "groppo" che ti viene anche se non vuoi e ti pare impossibile che a sessantasei anni esatti dalla vicenda, ci sia qualcuno che si incarica di ricollegarti a quei disperati di cui avevo solo una cartolina sbiadita in mano, ricavata dalla brochure che mi invitava alla cerimonia.
Nicolajewka, 26 Gennaio 1943…e mi chiedevo, sfilando in corteo dietro agli stendardi delle decine di Associazioni dell’Arma…ma io cosa c’entro?
Mai pomeriggio speso meglio, una lezione di Storia, di Eroismo e di Umanità che difficilmente avrei potuto apprendere dai libri o da Piero Angela.
L’occasione ci era stata data dalla benedizione del Cappellano Don Rino a quel monumento che si sta erigendo nel veronese, l’unico in Italia dedicato alla Battaglia di Nikolajewka e già li’ avevo iniziato a chiedermi perché nessuno negli anni aveva pensato ai morti rimasti là sotto, in quel cunicolo di mattoni rossi, nella steppa, a metà tra il Don e il Donez in quel pomeriggio di un tremendo inverno russo, alla stessa ora in cui adesso io sono qui in un mondo completamente diverso da quello di allora.
Ero circondata da Alpini, con gli occhi lucidi, fieri rappresentanti delle Divisioni che difesero l’avanzata russa fino all’ultimo.
C’era anche la banda comunale che acutizzava l’atmosfera e la rendeva triste che di più non avrei saputo. Una semplice marcetta di trombe, tamburi e tromboni aveva tante piccole falangi che mi strappavano via le lacrime da sotto gli occhiali da sole.
Un Generale spiega gli accadimenti ma è talmente coinvolto che non ce la fa ad esporre i fatti nudi e crudi.
Il 17 Gennaio, quando ormai l’Armata Russa stava accerchiando Tedeschi, Italiani, Ungheresi e tutti gli Alleati nella tipica sacca, loro famosa strategia militare, giungeva finalmente l’ordine di ritirata per i nostri che stavano battagliando senza mollare la presa, tra mille difficoltà, con mezzi antiquati, della prima guerra mondiale, cannoni trasportati dai trattori e i vestiti fatti con una stoffa ricavata dal formaggio, che si sbriciolava e gelava a contatto con la pelle.
Quello era il panno, cosi’ chiamato in gergo militaresco.
Coperti di panni, coperti di stracci.
In un passaparola che ha dell’incredibile, i nostri Alpini, gli ultimi ad aver tenuto testa ai Russi che avanzavano con i loro T34 sul Don ghiacciato e diventato autostrada di morte per noi, puntano su Nikolajewka, passata la quale, sarebbero stati salvi e liberi di rientrare in Italia.
Inizia cosi’ il lungo calvario del cammino giorno e notte nella neve, con poco da mangiare, con le bombe a mano infilate in ogni anfratto del loro misero equipaggiamento, un solo fucile e la pretesa di portarsi appresso il più possibile. Le divisioni rimaste camminano in lunghe file parallele a 50 metri di distanza l’una dall’altra per potersi aiutare in caso di attacco del nemico, complice il bagliore della neve che fa da faro. Uno dietro l’altro, con una mano sulla spalla di chi precede per non perdersi, molti pregano e lasciano testamenti ai loro amici.
Dei venti Cappellani, tredici moriranno nella steppa, fermandosi a dare sollievo ai feriti che non ce la facevano più, consapevoli di non poter rientrare a loro volta.
Di giorno si sparava e di notte, a turni di tre ore, si dormiva ammassati nelle baite sparse sul percorso.
Dieci giorni di inferno, incalzati dai Russi che li accerchiavano, scavalcando le truppe che si erano arrese al Nemico e bivaccavano a zonzo qua e là, senza più un obbiettivo. Ma loro, questi 60.000 alpini, la meta ce l’avevano ben presente: Nikolajewka era la loro salvezza.
Passato quell’ostacolo, si andava a casa.
La guerra era persa, la disfatta era totale e loro volevano vivere.
Erano tutti ventenni o giù di lì.
Il relatore piangeva e parlava, parlava e tirava su con il naso.
Per quanto volessi essere distaccata, non potevo. In sala non volava una mosca, solo qualche colpo di tosse, per nascondere la commozione.
Ho innanzi a me le cartine militari, il puntatore dello schermo segnala le varie mosse, i nomi dei villaggi raggiunti e superati e una lucina rossa ci aspetta la’, a Nikolajewska come se ci stessimo andando di nuovo, stremati, distrutti dal freddo e dalla stanchezza, dalla fame, dalla disperazione, dal desiderio di uscire dall’incubo.
E fu lì che in un atto estremo, dettato da quell’energia, l’ultima, che non sai di avere, i quasi sessantamila uomini dell’Esercito Italiano, nei loro panni grigio-verdi, irrompono come furie animalesche dentro al tunnel, sopra, a lato, scavalcano i corpi fucilati che si ammassavano alla velocità della luce e in un urlo gigantesco che mi pareva di sentire, vincono l’unica battaglia, annientano il Nemico e oltrepassano il villaggio, liberi.
Eroi dimenticati, fino a oggi.
Nei programmi scolastici non si arriva nemmeno lontanamente a studiare queste date della battaglia ma non per questo non è accaduto.
I Russi riconobbero l’onore al Nemico e lo trattarono con rispetto, decretando Nicolajewka l’unica loro sconfitta ad appannaggio degli Italiani.
Sabato scorso ho odiato la guerra come non mai, ho maledetto le scelte avventate di chi c’era e non ha capito niente, gli astrusi desideri di conquista, la pazzia di chi pensò di potercela fare, avendo tutto il mondo contro quando fu necessario invece il coraggio umile di questi ragazzi che non videro più nulla se non la vita che forse, se erano fortunati, avrebbero potuto continuare a condurre.
Rientrano solo poche tradotte…
Dei duecentocinquantamila uomini dispiegati sul Don, ne tornarono diciassettemila.
Ecco, bel risultato.
Vicino a me era seduto un reduce, uno dei venti viventi a Verona e provincia. L’ho guardato proprio nel momento della descrizione della dinamica. Non aveva nemmeno più gli occhi.
La faccia era trasformata, lui era ancora la’.
Mio Dio, che disastro, che disastri siamo capaci di combinare se ci mettiamo d’impegno, noi uomini…
Poi e’ accaduto un piccolo miracolo. I reduci si sono radunati in un pulmino che li avrebbe riportati a casa e sono salita per salutarli.
Eravamo diventati amici in quattro e quattr’otto.
I loro sorrisi, le loro strette di mano ancora vigorose, lo sguardo vivace e sereno di chi ha visto e non ha dimenticato, le loro voci che si accavallavano quasi allegre mi hanno suggerito una sola parola: perdono.
E non a caso mi è parso ragionevole scrivere a carattere maiuscolo tutti i protagonisti di questo fatto, Italiani, Tedeschi, Russi. Polacchi. Ungheresi, Nemici, Alleati.
"Non esistono guerre giuste. Esiste il rispetto per Vinti e Vincitori, accomunati dalla volontà della conquista della Pace", così è stato scritto.
Il tempo imperfetto è finito. Torno al presente, felice di accompagnare chiunque lo vorrà sui gradini di marmo di questo monumento, un semplice tunnel che in Russia non c’è nemmeno più.
giovedì 23 aprile 2009
Incipit
Inizia qui una avventura che ha il sapore del Passato ma saldamente ancorata al presente, con le storie di chi c'era e le emozioni di chi non sapeva e ha improvvisamente acceso una luce su di un fatto storico quasi dimenticato.
Vi parlo della Battaglia di Nikolajewka, Gennaio 1943 e del suo Monumento Nazionale, il primo in Italia, che vedrà la luce il 24 Maggio del 2009 in un grande e rigoglioso giardino tra Via Foscolo e Via Mazzini a Soave, in provincia di Verona.
Dei duecentoventicinquemila soldati italiani impegnati nella Campagna di Russia, tornarono in pochi e nel villaggio di Nikolajewka, tra il Don e il Donez, durante una tragica ritirata nella steppa, quei soldati lanciarono l'ultimo, disperato grido di dolore, attraversarono un sottopasso ferroviario divenuto passaggio obbligato, bucarono le forze nemiche e conquistarono la Libertà.
Il Nemico riconobbe l'onore di quell'unica vittoria agli Italiani ma ciò che importò più di tutto fu che si poteva finalmente tornare a casa.
Sui libri di Storia non si arriva mai a leggere di questo episodio.
Ne sono venuta a conoscenza in un pomeriggio d'Inverno, in occasione della posa della prima pietra di questo monumento dedicato ad una tremenda pagina di Storia europea e italiana.
Innanzi ai Reduci, ai Padri di questo progetto e alle persone che erano la', mi sono proposta di dare visibilità per quanto potrò, a questa idea struggente e meritoria.
Non per parlare di guerra o di strategie, di chi ha ragione e chi no.
Ma per continuare a dar vita a ciò che accadde, per non spezzare il filo.
Vorrei aggiungere ogni giorno qualcosa, grazie al contributo di chi vorrà partecipare a questo diario.
Segneremo insieme il sentiero, passo dopo passo che ci porterà fino a quel giardino dove sta sorgendo un nuovo il tunnel di Nikolajewka, grazie al lavoro di molti uomini e donne sensibili.
Essi hanno compreso il valore di un ricordo per coloro che spinti da chissà quali motivazioni, hanno dato la vita per chi, come me, come noi, come tanti, è venuto molto dopo e deve sapere.
Io, che sono nuova davanti alla Storia di allora, resto stupefatta dall'intento di questo simbolo in terra soavese:
"...e per sempre possano essere ricordati assieme, affratellati nella Pace eterna, i caduti di tutte le Patrie combattenti nell Campagna di Russia".
Non esistono guerre giuste.
Esiste il rispetto per Vinti e Vincitori, accomunati dalla volontà della conquista della Pace.
Vi parlo della Battaglia di Nikolajewka, Gennaio 1943 e del suo Monumento Nazionale, il primo in Italia, che vedrà la luce il 24 Maggio del 2009 in un grande e rigoglioso giardino tra Via Foscolo e Via Mazzini a Soave, in provincia di Verona.
Dei duecentoventicinquemila soldati italiani impegnati nella Campagna di Russia, tornarono in pochi e nel villaggio di Nikolajewka, tra il Don e il Donez, durante una tragica ritirata nella steppa, quei soldati lanciarono l'ultimo, disperato grido di dolore, attraversarono un sottopasso ferroviario divenuto passaggio obbligato, bucarono le forze nemiche e conquistarono la Libertà.
Il Nemico riconobbe l'onore di quell'unica vittoria agli Italiani ma ciò che importò più di tutto fu che si poteva finalmente tornare a casa.
Sui libri di Storia non si arriva mai a leggere di questo episodio.
Ne sono venuta a conoscenza in un pomeriggio d'Inverno, in occasione della posa della prima pietra di questo monumento dedicato ad una tremenda pagina di Storia europea e italiana.
Innanzi ai Reduci, ai Padri di questo progetto e alle persone che erano la', mi sono proposta di dare visibilità per quanto potrò, a questa idea struggente e meritoria.
Non per parlare di guerra o di strategie, di chi ha ragione e chi no.
Ma per continuare a dar vita a ciò che accadde, per non spezzare il filo.
Vorrei aggiungere ogni giorno qualcosa, grazie al contributo di chi vorrà partecipare a questo diario.
Segneremo insieme il sentiero, passo dopo passo che ci porterà fino a quel giardino dove sta sorgendo un nuovo il tunnel di Nikolajewka, grazie al lavoro di molti uomini e donne sensibili.
Essi hanno compreso il valore di un ricordo per coloro che spinti da chissà quali motivazioni, hanno dato la vita per chi, come me, come noi, come tanti, è venuto molto dopo e deve sapere.
Io, che sono nuova davanti alla Storia di allora, resto stupefatta dall'intento di questo simbolo in terra soavese:
"...e per sempre possano essere ricordati assieme, affratellati nella Pace eterna, i caduti di tutte le Patrie combattenti nell Campagna di Russia".
Non esistono guerre giuste.
Esiste il rispetto per Vinti e Vincitori, accomunati dalla volontà della conquista della Pace.
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